SOUL NOIR FESTIVAL OF THE DARK ARTS (testo in italiano)

Oggi vi voglio parlare di una bella iniziativa nata quest’anno a Dublino per opera di due giovani artisti: Sinaed Keogh e Jack Rubbit:

Soul Noir Festival of the Dark Arts, il Festival delle “Arti Oscure” è una kermesse di tre giorni che ambisce a diventare un appuntamento fisso ogni anno dal 31 ottobre al 2 novembre.

Festival of the Dark Arts

Prima però di entrare nel vivo del Festival (a cui ho avuto l’onore di partecipare come artista digitale), approfondiamo l’argomento “dark arts”: verso la fine degli anni ’70 nasce dal Punk una subcultura giovanile definita “Dark wave” “Onda oscura”.

La Dark wave ha come caratteristica peculiare la celebrazione del mondo delle tenebre, delle atmosfere gotiche, la malinconia e lo spleen tipico del Decadentismo.

Questa subcultura giovanile, investe ogni forma d’espressione artistica dalla musica, all’arte visiva, alla letteratura, il teatro, il  cinema e la moda.

La Dark wave ha il suo culmine durante tutti gli anni ’80 e ’90 poi subisce un lento declino pur restando ancora molto attiva nell’underground.

Cos’è il Soul Noir Festival of the Dark Arts:

Festival emergente fondato nel 2017 a Dublino, in Irlanda. ha come obiettivo quello di promuovere artisti visivi, scultori, pittori, illustratori, musicisti, artisti del suono, danzatori e chiunque abbia una sensibilità e uno stile gotico, un senso del macabro e a cui interessi tutto ciò che circonda “L’altro” nella società.

Offrire dunque al pubblico una visione rara e unica dell’underground della cultura gotica, da sempre trascurato dal mainstream.

Il nostro obiettivo – dicono Sinead e Jack, i fondatori – è promuovere questi artisti il ​​cui lavoro può avere una piattaforma comune sia per i ribelli che per i sognatori alternativi.

Il festival è costruito sulla premessa di mostrare elevati standard di lavoro ed è un’organizzazione no-profit.

Ci basiamo su valori di equità e uguaglianza nelle arti e incoraggiamo le persone di tutti i ceti sociali a partecipare: non è necessario un diploma d’arte o qualsiasi esperienza espositiva precedente per far parte del festival.

 

Principio fondante del festival:
* Siamo aperti a tutti e tutto è gratuito.

Susan Mc William, foto di De Es

Il programma della prima edizione:

 In una suggestiva location in tema col festival: una bella residenza gotica nel centro di Dublino che risale al 1768, Soul Noir Festival of the Dark Arts ha avuto luogo dal 31 ottobre (la notte di Halloween) al 2 novembre: una kermesse che ha incluso una mostra d’arte visiva a tema e numerosi eventi live di musica, readings, art performances e danza, vi cito alcune delle più interessanti:

Rici Ni Chleirigh ha eseguito la sua nuova opera di performance art dal titolo Penelope nella notte di Halloween.
La performance di Ricí Ní Chléirigh esplora la difficile situazione di Penelope, una donna che si sentiva costretta dalle circostanze a trascorrere le sue notti a disfare ciò che di giorno realizzava.

Nell’Odissea di Omero Penelope è considerata una donna saggia, nonostante l’apparente follia del suo comportamento, perché rimane fedele a suo marito durante i suoi 20 anni di assenza.

Isabella Oberlander ha eseguito un’installazione di movimento / danza

dal  titolo: The End
“Questa è la fine, bella amica, la fine di tutto ciò che smette di essere”.     Impegnandosi con diversi stati di decomposizione della materia, questa installazione performativa si focalizza su “i finali”.

Isabella Oberlander foto di James Brady

Kevin Nolan ha suonato con il chitarrista Mark Ellison i pezzi del suo primo album Fredrick And The Golden Dawn nella notte di Halloween. Il suo LP è stato anche suonato in una stazione di ascolto discografica insieme al techno – artist Core Minimal.

Kevin è un polistrumentista che di solito suona da solo tutti gli strumenti e tutte le parti vocali delle sue canzoni. Lo stile di Nolan è un brulicante calderone in cui immerge letteratura, teatro goticheggiante, condito da un’infarinatura di burlesque infernale.

Si sono esibiti inoltre alcuni dei più grandi nomi del panorama artistico irlandese tra cui Susan MacWilliam, Pauline Cummins e Breda Lynch in mostra insieme a studenti che sono ancora all’art college.

James Sheridan foto di De Es

Gli artisti:

Ann Ensor, Aileen Wallace, Austin Hearne, Boz Mugabe, Breda Lynch,

Chloe Brenan, Ciana Fitzgerald,  Core Minimal, Costanza Mansueti

Damien O’Reilly, Eileen Coll, Esther Raquel Minsky, Dekonstrukcione,

Dorota Borowa, Isabella Oberlander, James Sheridan, Jaime Lalor

Jessica Kelly, Jonathan Mc Nicholas, Jules Michael, Katie O’Neill,

Kevin Nolan, Laura Spark, LC Butterly, Lee Boyd, Lorraine Cross, Maija Soifa Marianna Mooney, Michelle Ryan, Mike Amern

Mirjam Schiller / Wildeharth, Niamh Coffey, Pat Byrne, Pauline Cummins Rebecca Deegan, Richi Ni Chleirigh, Roberta Fiano, Robert P. Ryan

Saidhbhin Gibson,Sean Fitzgerald, Shota Kotake, Susan Mc William

 

Una mostra internazionale composta da artisti di inizio carriera o già affermati insieme ad artisti emergenti e alcuni alla prima esperienza.

I danzatori si sono esibiti con le musiche dei sound artists e Il festival è stato anche un  concorso a premi, quattro erano le categorie:
Premio Dark Heart
(Per l’artista la cui opera rispecchia maggiormente il tema del festival)

Miglior artista emergente
Migliore performance

Miglior gradimento di pubblico (annunciato l’ultimo giorno del festival)

Per realizzare questo evento i fondatori hanno messo in atto una raccolta fondi on line e grazie alla generosità dei donatori, hanno potuto creare questo momento di cultura e aggregazione dando la possibilità a ciascun artista di poter partecipare gratuitamente.

L’importanza della rete è stata fondamentale: la tecnologia avanzata sarà probabilmente lo strumento più efficace per emancipare l’undergroound e contrastare le rigide regole dei mercati chiusi del mainstream.

Roberta Fiano

 

 

SOUL NOIR FESTIVAL OF DARK ARTS

 

Today I want to talk about a beautiful project born in Dublin by two young artists: Sinaed Keogh and Jack Rubbit:
Soul Noir Festival of the Dark Arts: a three-day event that becomes a fixed event every year from 31 October to 2 November.
First, however, to enter the festival’s topic, we explore the subject of “dark arts”: in the late 1970’s, Punk developed a dark subculture called “Dark wave”

The Dark Wave has come to be a peculiar feature of world programming, Gothic atmospheres, melancholy and the typical spleen of Decadence.
This subculture invests every kind of artistic expression from music to visual arts, literature, theater, cinema and fashion.
The Darkwave has its culmination throughout the 1980s and 1990s, and then undergoes a slow decline while still being very active in the underground.

 

Soul Noir Festival of the Dark Arts

What is the Soul Noir Festival of the Dark Arts:

Emerging Festival founded in 2017 in Dublin, Ireland. it has been aimed at promoting visual artists, sculptors, painters, illustrators, musicians, sound artists, dancers and anyone with a sense of Gothic style, the macabre and whose interests all that surrounds “The Other” in Society .
The Festival offer audiences a rare and unique insight into the underground of Gothic culture which is so overlooked in the mainstream art scene.  the founders says: “Our aim is to promote these artists whose work can have a uniting platform for the rebels and dream makers pushing back against the norm. The festival is built on the premise of exhibiting high standards of work and is a non-profit organisation. We are all about fairness and equality in the arts and encourage people from all walks of life to apply, you do not need an art degree or any previous exhibition experience to be part of the festival.”

The founding principle of the festival:
* We are open to everyone and everything is free.

Audience, photo by De Es

The first edition program:

In an evocative location on the subject of the festival: a beautiful Gothic residence in the center of Dublin dating back to 1768, the Soul Noir Festival of Dark Arts took place on October 31st (Halloween night) on November 2nd: a kermesse that included a visual art show and music events, readings, art performances and dance, I mention some of the most interesting:

• Rici Ni Chleirigh performed his new performance art work titled Penelope on Halloween night.
Ricí Ní Chléirigh’s performance explores the plight of Penelope, a woman who felt compelled by her circumstances to spend her nights unravelling what she spent her days making. In Homer’s Odyssey Penelope is considered a good woman, despite the apparent madness of her behaviour, because she remains faithful to her husband during his 20 year absence.

Rici Ni Chleirigh photo by James Brady

* Isabella Oberlander has performed a movement / dance installation
title: The End
This is the end, beautiful friend, the end of things ceasing to be. Engaging with different states of decomposition, of everything that stands, this performance installation embraces endings.

* Kevin Nolan performed with guitarist Mark Ellison new material from his first album Fredrick And The Golden Dawn 6.45-8 on Halloween night. His LP was also played at a record listening station along with techno artist Core Minimal.
Kevin is a multi-instrumentalist usually performing all instruments himself as well as all vocals on his songs. Nolan is a seething cauldronful of the literary, the theatrical, and the gothically flamboyant, seasoned with a smattering of infernal burlesque.

Kevin Nolan performing. Photo by james Brady

the founders also says:

*We had some of the biggest names in Ireland including Susan MacWilliam, Pauline Cummins and Breda Lynch exhibit along with students who are still in art college. We had an international open call and had people without art degrees along with these big name artists. We had dancers to sound artists in our line up.”

Artists:

Ann Ensor, Aileen Wallace, Austin Hearne, Boz Mugabe, Breda Lynch,

Chloe Brenan, Ciana Fitzgerald,  Core Minimal, Costanza Mansueti

Damien O’Reilly, Eileen Coll, Esther Raquel Minsky, Dekonstrukcione,

Dorota Borowa, Isabella Oberlander, James Sheridan, Jaime Lalor

Jessica Kelly, Jonathan Mc Nicholas, Jules Michael, Katie O’Neill,

Kevin Nolan, Laura Spark, LC Butterly, Lee Boyd, Lorraine Cross, Maija Soifa Marianna Mooney, Michelle Ryan, Mike Amern

Mirjam Schiller / Wildeharth, Niamh Coffey, Pat Byrne, Pauline Cummins Rebecca Deegan, Richi Ni Chleirigh, Roberta Fiano, Robert P. Ryan

Saidhbhin Gibson,Sean Fitzgerald, Shota Kotake, Susan Mc William

Roberta Fiano photo by James Brady

They have also unique awards for participating artists which was presented on Halloween night.

The Dark Heart award
(For the artist whose work most reflects the theme of the festival)

Best emerging artist

Best in show

Audience favourite (announced on last day of festival)

To make this event, the founders have made an online fundraising and thanks to the generosity of donors, they have been able to create this moment of culture and aggregation, giving each artist the opportunity to participate free of charge.
The importance of the network has been fundamental: advanced technology will probably be the most effective tool to emancipate the undergroound and counter the rigid closed market rules of the mainstream.

Roberta Fiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’esistenza nociva degli pseudo artisti (e degli pseudo curatori)

Amici di Robyan blog, oggi mi voglio fare del male: parlerò degli pseudo artisti (e di pseudo curatori)!

Prima di addentrarmi nella critica alla pseudo arte, occorre che dia la definizione di chi é veramente un artista e chi no.

L’artista, quello vero, conosce tutta la storia dell’arte, sperimenta, si mette in discussione e non si accontenta mai, sa che la strada è dura e faticosa, non lo fa per denaro – uno su un milione, riesce a fare soldi – né solo per esprimersi – l’arte vera non né fine a sé stessa né un autocompiacimento del sé – lo fa per lasciare qualcosa che serva a rendere il mondo, un posto migliore.

Margaret Keane, la sua storia l’ha raccontata Tim Burton in “Big Eyes” un bel film del 2014 di cui consiglio la visione; vi sarà ben chiara la differenza tra un’artista e un impostore

Ultimamente grazie ai social, l’underground ha potuto allargare gli orizzonti come mai prima d’ora: per merito della rete oggi è diventato possibile promuovere l’arte e realizzare eventi culturali legati ad essa, quasi a costo zero, molti artisti emergenti si sono collegati tra loro creando associazioni e gruppi attivi, non solo sul web ma anche fuori dai confini dei propri paesi d’origine.

Naturalmente, come in ogni cosa che sembra “tirare”, oltre alle persone serie e motivate, ci sono anche tanti “pseudo artisti”, ovvero gli improvvisatori, quelli convinti che fare arte sia una cosa facile e che possa dare fama, ricchezza oltre che soddisfare l’ego.

Tra loro poi ci sono anche i coraggiosi che sfidano l’ignoranza del pubblico, imitando sfacciatamente i grandi artisti, questo accade nelle piccole realtà locali, dove è raro essere “beccati” per reato di plagio, tuttavia questi signori sottovalutano la potenza della rete, pubblicando le loro “opere” nel web, inconsapevoli dei rischi…

L’unico effetto nocivo che danno all’arte è quella di mancare di rispetto a chi ci crede veramente e impoverire tutto l’ambiente artistico.

Boredem – Margaret Keane

Altra categoria assai più pericolosa è quella degli impostori che approfittano dell’ingenuità degli aspiranti artisti – veri o pseudo tali – offrendo loro di partecipare a collettive costosissime, dove se ti va bene, la mostra si fa sul serio.

Ebbene come difendersi e imparare a distinguere offerte valide da pseudo – offerte?

  • Verificare sempre la fonte dell’informazione e chi sono gli organizzatori, se qualche collega vi ha già partecipato e se vi sono articoli sulle mostre precedentemente curate dai suddetti.
  • Saper calcolare il rapporto qualità (del servizio) – prezzo, se il prezzo è sproporzionato ai benefit, lasciare perdere.
  • Non essere bulimici e partecipare a mostre e mostriciattole – molte delle quali mal organizzate – meglio poche mostre, ma buone.
  • Imparare a rispettare il lavoro dei curatori, non frignare come prime donne per cose futili a meno che voi non siate già dei Picasso (e forse nemmeno in quel caso).

Questo piccolo intervento vuole essere un “pour parler” che serva a comprendere meglio alcune dinamiche che si sviluppano nell’ambiente artistico ai tempi di internet, così senza pretesa.

Magari avere tutte le risposte!

Solo di una cosa tuttavia, sono certa: molti di voi non seguiranno i miei consigli, perché sono gratis.

Roberta Fiano

 

Cinema sperimentale. La Cinepittura e Le Rythme colorè

Amici di Robyan blog con questo mio contributo, oggi voglio parlarvi del cinema sperimentale nato intorno ai 1910/1012 grazie a due giovani artisti futuristi il pittore Arnaldo Ginna (Arnaldo Ginanni Corradini) e lo scrittore Bruno Corra (Bruno Ginanni Corradini) e all’artista cubista Leopold Survage.

 

La Cinepittura di Ginna e Corra

Dopo l’avvento del cinematografo, cominciarono varie sperimentazioni artistiche legate a questo nuovo mezzo d’espressione: il più soignificativo e innovativo fra tutti fu la Cinepittura dei due fratelli artisti futuristi Ginna e Corra.

L’idea di dedicarsi a sperimentazioni con la pellicola cinematografica, venne nel 1912 a Ginna realizzatore del film “Vita Futurista” del 1916. Ginna dopo aver studiato i mosaici ravennati, si diede alla sperimentazione insieme al fratello Corra per creare la musica cromatica o gli accordi cromatici, ottenuti con una particolare modalità d’ esecuzione: dipingendo direttamente su pellicola, usando pellicole vergini senza nitrato d’argento e cercando di dare dunque un colore alle note musicali. I Corradini realizzarono sulla pellicola i loro esperimenti di musica cromatica, creando veri e propri disegni animati, prendendo  per spunto anche la musica con motivi di Chopin e di Mendelssohn.

Questi esperimenti che si riferiscono a studi cominciati prima del 1910 sono raccolti in “quattro rotoletti di pellicola” dei quali uno soltanto supera i duecento metri di lunghezza. “Essi”, scriveva il Corra, “sono qui, dentro il mio cassetto, chiusi nelle loro scatole, etichettati, pronti per il museo futuro. Contengono: lo svolgimento cromatico di un Accordo di colore tolto da un quadro di Segantini.”

Questi brevi filmetti purtroppo sono andati perduti, ci resta tuttavia testimonianza della loro esistenza nel saggio “Musica cromatica” di Corra inserito nel volume “Il pastore, il gregge e la zampogna” (1912), un quaderno che raccoglieva alcuni scritti suoi e di Settimelli, il titolo fu preso da un saggio sull’ opera di Enrico Thovez qui recensita e discussa.

“Musica cromatica” è un volumetto di circa venticinque pagine, in cui si parla appunto degli esperimenti di cinepittura dei fratelli Cinna e Corra.

L’idea era quella di dare colore alla musica e con il movimento della pellicola creare appunto un concerto di suoni e colori; Ginna  dipinse direttamente sulla pellicola, non esistendo all’epoca, una macchina che desse la possibilità di fare riprese a tempo e produrre un fotogramma alla volta, .

Nacque così la Cinepittura, quella che poi svilupperà Norman McLaren intorno agli anni della seconda guerra mondiale, usando la tecnica dell’australiano Leon Lye.

Contemporaneo alla Cinepittura è Le rythme colorè:

 

Leopold Survage e “Le rytme colorè”

Nel 1913 Survage, traendo spunto da uno dei suoi quadri cubisti più famosi, decise di dare colore al ritmo e per fare questo, cominciò a fare esperimenti con le pellicole, convinto assertore della tesi che non esiste in natura nulla di astratto e che nemmeno l’arte che viene definita astratta lo è, essendo i colori qualcosa di vero e concreto (poiché sono un prodotto della luce del sole), decise di colorare il ritmo musicale.

La mia intenzione, in pittura – asseriva Survage – era di fondare un’arte ancora da venire: non di imitazione, ma di spirito. Oggi quasi tutti copiano, con trasformazioni fantasiste. La mia intenzione era di non copiare niente, ma creare ritmi. Non obbedire all’occhio ingannatore, che mente, che copia.

Cominciò col verde che era considerato radioattivo (la terra è verde). ma ben presto si accorse che il rosso era più efficace e di maggiore sensibilità. Il rosso al centro a fianco vi aggiunse il verde quindi per sentimento il giallo e il blu colori figgenti che vanno verso la profondità,  a seguire il violetto che è autonomo, composto da colori puri e non si mischia al rosso e il blu, infine a cornice del rythme colorè il nero che fa il giro della terra.

immagine cinetica. movimento. ritmo visivo e suono in musica. sinestesia Kandinskij.

Nasce così “Le rytme colorè” che tanto colpì Apollinaire il quale convinse Survage a proseguire le sperimentazioni, pellicole che lo stesso Apollinaire decise di portare a Lucien Gaumont (famoso produttore cinematografico) al quale propose l’idea di realizzare un film vero e proprio e distribuirlo nelle sale cinematografiche di Francia, ahimè la guerra impedì tale processo, Gaumont dunque si premurò di restituire le pellicole a Survage.  Fu solo nel 1917 che Apollinaire guarito dalle ferite in guerra, riuscì a organizzare (chez Madame Bougard, rue dePunthièvre) la prima mostra di Survage: una mostra dedicata alla pittura in movimento.

Col Rythme coloré Léopold Survage diventa in modo incontrovertibile insieme ai futuristi Cinna e Corra uno dei precursori del movimento cinetico.

L’idea base del film non era la visione diretta, ma il ritmo.

Era il ritmo che doveva determinare la forma.

Il film non fu mai trasmesso e realizzato, ma restano le sequenze di circa dieci/quindici disegni ciascuna, raccolte nel volume “Les annèes heroiques” alcune di esse ora sono conservate al MOMA di New York e altre alla Cinémathèque Française di Parigi.

P.S.

Anche Picasso ha pensato, fra il 1912 e il 1913, alla possibilità di un film cubista; ma è probabile che l’idea gli sia venuta dallo stesso creatore del Rythme coloré cui, per l’appunto, ha dedicato uno schizzo (1913) nel quale si vede Survage disegnare un “ritmo colorato”.

Quanto vi ho raccontato lo devo al papà di Carlo Verdone, Mario.

Mario Verdone critico cinematografico e saggista, fu tra i primi a scrivere degli esperimenti di Cinna e Corra e nel 1964 intervistò Leopold Survage ormai novantenne, con l’ obiettivo di divulgare questa forma d’arte sperimentale che fino ad allora era rimasta  quasi del tutto sconosciuta.

Roberta Fiano

 

GRANDE DISTRIBUZIONE CROCE E DELIIZIA: la delocalizzazione ha creato mostri nel tessile/abbigliamento

Buongiorno cari lettori di Robyan Blog, oggi voglio scrivere di un argomento tecnico/creativo che mi sta molto a cuore da fashion designer: la delocalizzazione e la perdita di valore aggiunto e credibilità del Made in Italy.

L’argomento è un po’ lungo perciò l’ho diviso in tre parti.

Parte I – Com’è cambiata la grande distribuzione dagli anni ’80 ad oggi

 

Quando ero una giovane aspirante stilista, la moda pronta era agli albori, vi era ancora una distinzione netta tra alta moda e prêt-à-porter, c’era la lira e la nostra capacità d’acquisto era superiore a oggi (grazie alla lira).

Il Made in Italy regnava sovrano in tutto il mondo e surclassava persino il nostro competitor storico, la Francia.

Quando si andava nei negozi ad acquistare capi d’abbigliamento, potevi trovare facilmente cose ben fatte e originali (allora la moda la facevano ancora gli stilisti e non i fashion blogger o i cool hunters), una camicia che pagavi 50.000 lire (25 euro) oltre ad avere un tessuto di buona qualità, aveva un ottimo taglio e una 44/46 era una M (non una L) e anche chi portava la 50/52 (XL non XXL) poteva trovare cose carine e di buon rapporto qualità/prezzo.

Verso la fine degli anni ’80 nasceva la moda pronta, cambiando le regole del gioco:

quella camicia così bella di quella tale ditta che costava 50.000 lire, potevi pagarla la metà se acquistavi un capo di pronto moda (che imitava le aziende medio/alte nello stile, usando però tessuti meno pregiati e, grazie alla produzione continua, la moda ufficiale veniva “clonata” in tempo reale, a volte anche prima delle sfilate: lo spionaggio industriale cannibalizzava ogni brand).

Il Made in Italy, pur subendo questa “nouvelle vague” del pronto/moda, continuava ad avere la sua valenza e prestigio, semmai aumentato dalla moda pronta fatta in Italia che, per gusto, stile e manifattura offriva al consumatore una vestibilità buona rispetto al prezzo ridotto.

Sfilata anni ’80…strane assonanze con le sfilate attuali: creatività ne abbiamo?

Verso la metà degli anni ’90 comincia la delocalizzazione della produzione nei paesi dell’Est Europa e in Asia: molte aziende fallivano e quelle che resistevano erano quelle che spostavano nei paesi in via di sviluppo la produzione. dove il costo della manodopera era (ed è) più basso.

Le imprese, pagando meno contributi per ogni dipendente assunto e acquistando i tessuti in loco (in Italia le tasse onerose che gravano sull’azienda per ogni lavoratore, non favoriscono nuove assunzioni), potevano far lavorare anche a ciclo continuo.

 

Parte II – Lo stato in cui versa il Made in Italy oggi

Attualmente abbiamo più ditte straniere che italiane nella grande distribuzione, nell’alta moda e nel prêt-à-porter.

Molti grandi marchi Made in Italy hanno venduto agli stranieri, che continuano a produrre merda (vedi certe sfilate oggi e poi muori), usando il brand che ha una storia di stile e qualità.

Ebbene ultimamente ho girato alcuni grandi centri commerciali della mia zona che vendono sia firme medio/alte che medio/basse.

Faccio una premessa:

oggi la 44 – M non è più la stessa, ma una 42 tirata (il tessuto costa, riduci la taglia e risparmi).

Bene (anzi, male), questo nuovo “sviluppo taglie globalizzato” – che produce capi uguali per tutte, senza considerare che una donna tedesca è sostanzialmente diversa da una donna giapponese, per colori e tipologia fisica, crea spesso problemi di vestibilità anche per chi ha un fisico regolare.

Altra grande trovata è l’aver sostituito gli stilisti con i fashion bloggers (quelli/e che amano fare shopping e si reputano arbiter elegantiarum) e i cool hunters (cacciatori di tendenza: gente che gira il mondo a fotografare le persone e le vetrine per capire cosa si porta e piace), due categorie che hanno ridotto la creatività ai minimi storici.

Da notare il totale appiattimento di idee dal 1990 a oggi…

Quei pochi validi stilisti che ancora resistono si contano sulle dita di una mano, molti non hanno talento ma sono protetti dalla Lobby che spadroneggia nell’ambiente, non a caso sono tutti uomini, poche pochissime le stiliste donne…fatevi una domanda e datevi “la” risposta.

Rassegnate al piattume, andiamo a fare acquisti: io che sono una 44 vera trovo vestibili soltanto la 46/48 che equivale a una L , le mie amiche che sono più magre di me e portano la 40/42 di oggi (la 38/40 degli anni ’80/’90) faticano peggio di me a trovare abiti che le vestano bene: taglie sballate, giromanica improbabili e giacche con spalle strette da poveraccia che guai se ti muovi strappi tutto, una montagna di abbigliamento spazzatura che però paghi 50.000 lire che sono 25 euro e anche di più, del resto anche se vai verso le ditte più trendy e costose i problemi non cambiano.

Camicia acquistata nel 1992, poliestere 100% – made in Italy costo 15.000 lire. pronto moda
Camicia acquistata due settimane fa, non made in Itly, poliestere 100% , costo 30 euro (pari a 60.000 lire) marchio famoso straniero – identica in tutto alla precedente sia nel taglio che nel tessuto

Parte III – Conclusioni

 Una moda che sta vivendo di rendita dei decenni precedenti: siamo arrivati al riciclo dei primi anni ’90.

Voglio ricordare che dalla metà degli anni ’90 con l’avvento della globalizzazione e il depauperamento del Made in Italy, la ricerca si è bloccata e si è cominciato a copiare gli anni ’70…

1993. copertina di AMICA, comincia il riciclo anni ’70

(vedete che via dovete fare, avete esaurito le fonti)

Oggi la domanda che bisogna porsi dunque non è più: “cosa va di moda quest’anno?” ma “quale moda hanno riciclato per quest’anno?”

Primavera/Estate 1995
Primavera/Estate 2017

Provi a parlare con un politico e quello ti fa spallucce e ti dice: ”La globalizzazione è un fenomeno che non possiamo contrastare (poi corre a farsi un selfie con i suoi potenziali elettori o a rifarsi il trucco per la trasmissione TV dove passa più tempo che in Parlamento).

Voi mi direte che è facile criticare, ma tu cosa avresti fatto?

1) Avrei protetto i nostri marchi con politiche adeguate e più controlli per contrastare la vendita abusiva di merce falsa.

2) Preservare il prodotto italiano abbassando le tasse che le aziende devono pagare per assumere i dipendenti, così che possano rimanere e non partire o peggio, chiudere.

3) Le nostre aziende spesso sono piccole e medie imprese a gestione familiare, creare politiche efficaci che formino alla competitività e favoriscano queste realtà, il mercato aperto (alla merda) uccide.

I politicamente corretti direbbero che beh il libero mercato vale anche per le nostre aziende che vogliono comprare marchi europei…ERRORE!

per noi subentra la mens rea di Bruxelles: quando ci muoviamo noi per acquistare, se tentiamo di farlo nei paesi del Nord (compresa la Francia nostro competitor storico per la moda), son sassate nei denti… con buona pace dei nostri governanti.

 

Ciononostante il Made in Italy è ancora un brand che all’estero è sinonimo di

qualità e stile: ci stanno provando in tutti i modi a smantellare le nostre eccellenze…per ora reggiamo, ma fino a quando?

 

IRENE GIANCRISTOFARO: Versatilità e passione

Bentrovati amici del Robyan Blog, quest’anno porterò alcune novità, tra le quali una rubrica dedicata a chi si occupa di cultura, cercando di tracciare un profilo umano e professionale secondo il mio punto di vista.

La prima “cavia” è Irene Giancristofaro, amica dei tempi dell’Università con la quale negli ultimi anni sto collaborando anche professionalmente: amicizia e stima che voglio raccontare in questo breve articolo.

Irene nasce a Lanciano in provincia di Chieti, dove risiede e lavora.

Dopo una laurea in Psicologia conseguita all’Università “La Sapienza” di Roma nel 1995, vari corsi di formazione a livelli provinciale, regionale e nazionale, tra cui un Master in Psicologia di Comunità, presso la Società di Servizi per la formazione Artemide – Ecopoiesis e il corso in “Fondamenti di Analisi della Domanda nella consulenza organizzativa ed individuale”, presso l’ SPS Studio di Psicosociologia a Roma, si dedica all’attività di consulenza, progettazione e gestione delle risorse umane.

Dal 2008 comincia a collaborare con diverse testate giornalistiche locali, occupandosi di cultura e oggi scrive per Lanciano 24 e la webzine Ecstrarte, oltre a collaborare per la compagnia teatrale de “Il Piccolo Resto” e l’associazione culturale L’Altritalia.

Grazie ai social ci siamo ritrovate virtualmente (anche se siamo sempre rimaste in contatto telefonico ed epistolare nel corso degli anni), scoprendo subito di avere un obiettivo comune: promuovere la cultura in ogni sua forma, per questo   le ho chiesto di collaborare con la webzine di Ecstrarte, l’associazione artistica di cui sono stata vice – presidente.

Da un po’ di mesi, ogni tanto pubblico dei suoi articoli anche sul mio blog, che trovate facilmente nella categoria teatro, cinema e danza.

Ricordo ancora i tempi in cui abbiamo condiviso l’appartamento a Roma da studentesse, le serate a parlare di arte, musica, teatro, cinema, letteratura e persino politica.

Si risparmiava per andare a vedere gli spettacoli teatrali dei nostri idoli: Gigi Proietti, Luca de Filippo, Carmelo Bene (che ci fece un bidone, mandando a monte lo spettacolo, (l’ultimo di quella stagione) impedendoci di assistere alla sua performance!),  il nostro cantante preferito Enrico Ruggeri (che si sarà pure spaventato nel vedere il nostro entusiasmo, mentre cantavamo tutti i suoi testi da sotto il palco!) il cinema da Batman alla trilogia di Kieslowski fino a Fritz Lang, i locali alternativi e underground della Roma anni ’80 – ’90 (lei meno, la più mondana e punk ero io): anni vissuti intensamente, che resteranno per sempre impressi nella memoria.

Di Irene mi è sempre piaciuta la sua allegria e ironia, la capacità di giudizio e la serietà con cui intraprende ogni cosa che fa: ha una risata contagiosa e non sa nascondere i propri sentimenti perché è molto espressiva, oltre ad avere una grande disponibilità all’ascolto.

Molto competente e scrupolosa , Irene sa comunicare anche la forza emotiva di ogni evento che recensisce: i suoi articoli si leggono tutti d’un fiato!

La nostra amicizia e le ore passate insieme durante “gli anni di Roma”, sono state un arricchimento reciproco e, come ci siamo dette tante volte, hanno reso quelle ragazze, le donne che siamo oggi.

Roberta Fiano

FLIC 2017 – Intervista ad Adriano Aprà

Entusiasta il pubblico presente all’incontro con Adriano Aprà, ospite d’eccezione al secondo appuntamento con l’Altro Cinema del FLIC 2017 a Lanciano, sezione curata dal regista Stefano Odoardi in collaborazione con la Superotto Film Production. Considerato il decano della critica cinematografica italiana, lo scorso 11 agosto Aprà ha presentato al Polo Museale S. Spirito il film di Odoardi “Mancanza-Purgatorio”, incluso di recente tra le 40 pellicole che rappresentano la via sperimentale del cinema italiano, sotto il marchio “FuoriNorma”.

Un marchio creato e promosso dallo stesso Aprà, che racchiude in sé una forma di network da lui ideato, con cui si darà inizio dal prossimo autunno ad un percorso di distribuzione e diffusione di 20 film in molte città italiane ed estere, partendo da Roma. Il Sindaco Mario Pupillo ha assicurato il suo impegno affinchè anche Lanciano possa rientrare nel circuito delle città che ospiteranno questi film, penalizzati da una rete di distribuzione fin troppo abusata. Un viaggio nel cinema sperimentale in cui lo spettatore, come nella nave cargo di “Mancanza-Purgatorio”, potrà oltrepassare confini a lui finora noti, per spingersi oltre. Oltre ciò che è conosciuto e verso ciò che è conoscibile dell’universo cinematografico. Il “traghettatore” sarà Adriano Aprà, come lui stesso preferisce definirsi. Come l’Angelo interpretato da Angélique Cavallari, cercherà con questo nuovo progetto di offrire allo spettatore l’opportunità di approdare ad una sponda ulteriore, dove c’è qualcuno o qualcosa che lo attende.

Una sorta di non-luogo che sembra rappresentare l’intuizione di una destinazione altra. A tale proposito, Aprà accenna al “Nosferatu” di Werner Herzog del 1979, un remake del famoso film di Murnau girato agli inizi del secolo scorso, che segnò un collegamento tra il grande cinema tedesco del passato e il cosiddetto “nuovo cinema tedesco”. Chi sceglie di fare o sostenere il cinema sperimentale, sceglie di spaziare oltre i limiti di modelli rassicuranti e già decodificati, troppo spesso protetti fin dentro le stesse mura accademiche. Decisione coraggiosa, soprattutto nel nostro Paese, dove il principale punto di debolezza relativo alla produzione e alla distribuzione cinematografica è rappresentato dal Sistema stesso. Sistema che si discosta nettamente, ad esempio, da quello del Portogallo, uno dei Paesi Europei che maggiormente supporta il cinema d’autore. Tra i registi italiani viventi, Aprà mostra di apprezzare in particolare Marco Bellocchio, artista trasgressivo e affatto rassicurante, ostinato e contrario a qualsiasi tipo di compromesso.

In veste di regista, Aprà ha girato lungometraggi definiti critofilm, termine riferito a film sulla storia del cinema, sulle cinematografie nazionali, sugli autori e su molto altro ancora. Un neologismo che, al tempo stesso, indica un nuovo modo di fare critica, avvalendosi di uno strumento omologo a quello dell’oggetto di cui si parla, che va ad arricchire i saggi scritti. Attualmente, a fronte di diverse variabili che influiscono sulla formazione dei giovani, si assiste ad un preoccupante analfabetismo che penalizza la conoscenza, la creatività e l’ingegno in tutti i campi, soprattutto in quello cinematografico. Nella sua esperienza di docente universitario, Aprà ha rilevato che solo l’1 % dei suoi studenti aveva un buon livello culturale e una capacità di spaziare oltre i confini che tendono ad ingabbiare il cinema italiano.

Irene Giancristofaro

foto: Antonella Scampoli.

FLIC 2017 “A Domani” Danza

 

Al FLIC, Festival Lanciano in Contemporanea, è di scena l’arte: il bisogno di emozionarsi con la bellezza, la cultura e la conoscenza. Originali percorsi emotivi ed intellettuali curati dalla Coop. Il Pensiero che coinvolgono e dal Direttore Artistico Antonella Scampoli, sconvolgono e avvolgono lo spettatore, nell’antica cornice del Polo Museale. Molto apprezzato dal pubblico frentano “A Domani”, spettacolo di danza contemporanea di Nicolò Abbattista e Christian Consalvo della Compagnia Lost Movement che, al teatro Fenaroli, ha dato inizio a questa nuova stagione del FLIC, giunta alla IV edizione.

 

Lo spettacolo, coprodotto dal prestigioso Festival Oriente Occidente e Oplas Crd Umbria, ha visto come interpreti Susana Pieri, Samuele Arisci, Chiara Borghini, Eleonora Mongitore, Mattia Sala e Martina Zanardi. Ballerini giovanissimi che hanno dimostrato ottime capacità tecniche ed interpretative. Lost Movement con “A Domani”, ha creato una storia d’amore in danza tra una madre malata e suo figlio. Una malattia neurodegenerativa rara, conosciuta come morbo di Creutzfeldt- Jakob, che dà origine ad una forma di demenza progressiva fatale, tra i cui sintomi vengono riscontrati perdita di memoria, cambiamenti di personalità, allucinazioni, rigidità posturale e convulsioni. Sintomi resi molto bene sul palcoscenico da tutti gli artisti che hanno stabilito una immediata alleanza con il pubblico, suscitando una risposta empatica molto forte.

. Il linguaggio della danza ha saputo raccontare come una persona affetta da questo morbo si muove e si comporta nella quotidianità, partendo dalla propria dimensione domestica. Movimenti convulsi e repentini immobilismi esprimono la disarmonia del caos che stordisce, congela e rende estranei a se stessi e al proprio ambiente famigliare. Come schegge impazzite, gli artisti colpiscono lo spettatore dritto al cuore. La casa, rappresentata con una scenografia essenziale, non è più percepita dalla protagonista come un luogo protetto dove sentirsi rassicurata ma come un labirinto estraneo e confuso, che disorienta e spaventa.

Le mura sembrano pulsare al ritmo di allucinazioni, deliri e convulsioni. La lunga corda di panni bianchi stesi ad un sole che sembra spento, appare quasi uno spartiacque tra la vita che c’era prima e quella che è diventata al sopraggiungere della malattia. Una condizione dolorosa che scatena profondi vissuti emotivi sia nella madre che nel figlio, nonché nella relazione stessa. La paura di sentirsi perduti provoca massicci sistemi di difesa, primo tra tutti la negazione.

Sentimenti di rabbia e di impotenza, tendono a celare strati emotivi inconsci relativi alla colpa. La vergogna di svelare la malattia agli altri, temendo pena e commiserazione, nasce dalla percezione del male come una punizione. Il cammino dei protagonisti giunge al suo epilogo quando sopravviene in entrambi l’accettazione di uno stato di realtà che non si può cambiare. Madre e figlio rimangono vicini, rannicchiati sul pavimento della loro casa in una posizione fetale che sembra suggerire il desiderio di tornare ad una condizione prenatale, senza alcuna consapevolezza o dolore.

Irene Giancristofaro

foto:  Christian Consalvo regista dello spettacolo.

Un mistero della Storia dell’Arte: Robyan investiga…

Oggi vi voglio raccontare ciò che potrebbe definirsi un mistero della storia dell’arte e che perlomeno resterà tale, fino a che la proprietaria di quel dipinto non potrà organizzarsi per contattare un esperto.

Chiacchierando con lei via chat le ho offerto comunque un aiuto con il mio blog, ed eccomi qui a raccontare la sua storia, sperando che qualche intenditore tra i miei amici social e followers del Robyan blog possano darci una mano.

Tutto è cominciato quando Grazia Marino de Robertis (questo è il nome della protagonista) incontra una sua amica (non la cita per riservatezza), che si è fatta fotografare vicino a un quadro, probabilmente presso una fiera Antiquaria.

Appena Grazia vede la foto ha un tuffo al cuore: due suoi antenati… ovviamente la contatta immediatamente e lei, gentilissima le fornisce ulteriori dettagli.

A questo punto Grazia va a casa dei suoi e dopo pochi giorni le mostra il suo dipinto.

Se guardate bene si somigliano e anche moltissimo! Probabilmente non sono la stessa mano…

magari un allievo di bottega… ma della bottega di chi?

E qui sta il bello…

Il cartiglio dice Annibale Carracci è olio su carta applicata su cartoncino, mentre il dipinto di Grazia è su tela…

Aggiunge inoltre Grazia che uno dei due dovrebbe essere il capostipite del suo ramo che fu a servizio del Cardinal Alberoni, intrigante prelato legato ai Farnese…

Purtroppo non ha molte notizie a riguardo, ma senz’altro per me questo è un vero mistero da scoprire, voi cosa ne pensate?

 

A mistery of art history: Robyan investigates…

Today, I want to tell you what might be a mystery of art history and that at least it will remain unsolved until the owner of that painting will be ready to contact an expert.
Chatting with her I offered any help with my blog, and here I am, telling you her story, hoping some experts social friends of mine and also the Robyan blog followers can give us a hand.

Everything started when Grazia Marino de Robertis (this is the name of the protagonist) meets a friend (she doesn’t mention the name because of privacy) that was photographed near to a painting.

She was probably to an Antiquaria fair.

When Grazia sees the photo she has an heartbeat: two of her ancestors … obviously she contact her friend immediately and she, kindly gives her more details.
So Grazia goes to her house and after a few days she shows her painting.

If you look they resemble and even a lot!
Probably not the same hand …
Maybe a trainee student …
But who’s the art workshop?

And this is the amazing thing …
The cartouche says Annibale Carracci: the painting  is oil on paper applied on cardboard, while the painting of Grazia is on canvas …
Grazia said that one of them should be the parent of her genealogical branch who served at Cardinal Alberoni, an intriguing prelate bound to the Farnese …

Unfortunately, she doesn’t have much news about it, but in my opinion it is a real mystery to discover, what do you think?